Tutto quello che devi sapere sulla cannabis, e forse non sai

Dai principi attivi alla versione light, guida minima alla pianta più controversa della storia. Che Kamala Harris vuole legalizzare a livello federale. Mentre l’Onu la riconosce come sostanza terapeutica

 

Maria, Ganja, Erba. In qualsiasi modo la si chiami, una cosa è certa: mai pianta è stata più dibattuta della cannabis. Utilizzata sin dall’antichità come medicina anche perché estremamente versatile (permette di ottenere fibre tessili, carta e cordami, olio, mangimi) la sua fama controversa è legata soprattutto agli effetti “droganti”, all’origine di un pesante proibizionismo iniziato con il Marijuana Tax Act, legge del 1937 che negli Stati Uniti, e poi a macchia d’olio nel resto del mondo, di fatto ne rese impossibile coltivazione e utilizzo.

Dopo decenni, è in corso una rivalutazione complessiva – sia a scopo ricreativo sia terapeutico, pur con tutte le cautele del caso – da parte del mondo scientifico come di diversi governi. «Molti rimedi psicoattivi del mondo antico hanno trovato la loro strada nella scienza medica moderna: si pensi a Papaver somniferum (oppio), Atropa belladonna (belladonna) ed Erythroxylum coca (coca), solo per citarne alcuni. Tuttavia, non la cannabis», spiega nella presentazione del primo numero della rivista scientifica Cannabis and Cannabinoid Researchil direttore, Daniele Piomelli. «Oggi», prosegue lo scienziato americano nato in Italia, «l’opinione pubblica in molti Paesi dell’emisfero occidentale sta subendo un cambiamento radicale: dal pensare alla cannabis come a una pericolosa droga di strada a considerarla una medicina relativamente sicura, o addirittura una panacea naturale».

E in effetti, stiamo assistendo a cambiamenti epocali. Negli Stati Uniti con la vittoria di Joe Biden ci si può aspettare una legalizzazione a livello federale, come promesso dalla neo vicepresidente Kamala Harris in campagna elettorale: secondo una stima di Marijuana Business Factbook, negli Usa le vendite di cannabis legale, terapeutica e ricreativa, potrebbero chiudere il 2020 con un valore economico di 15 miliardi di dollari, il 40 per cento in più rispetto al 2019. Ai primi dicembre 2020 l’Onu ha riconosciuto ufficialmente le proprietà medicinali della cannabis in un voto espresso a Vienna dagli Stati Membri durante la Commissione droghe delle Nazioni unite: dopo 50 anni la cannabis esce dunque dalla famigerata tabella IV della Convenzione sugli stupefacenti del 1961, quella che include le sostanze più pericolose, come eroina e cocaina. In Italia, invece, la cosiddetta cannabis light ha da poco rischiato di diventare illegale. Ma cominciamo dall’inizio e, dunque, dalla pianta.

cannabis

La tassonomia è controversa: secondo alcuni studiosi esisterebbe una sola specie, la Cannabis sativa, con le sue varietà e sottospecie, secondo altri le specie sarebbero invece tre, Cannabis sativa, Cannabis indica e Cannabis ruderalis. Sebbene sia diffusa la convinzione che indica e sativa abbiano effetti diversi (più o meno rilassanti, più o meno stimolanti), il mondo scientifico smentisce: la distinzione avrebbe senso solo a livello morfologico, con la sativa più alta slanciata, per adattarsi meglio ai climi caldi e tropicali, e la indica a portamento cespuglioso e denso, perché originaria di zone del mondo più fredde e asciutte.

I principi attivi sono i fitocannabinoidi, l’insieme delle sostanze che si ottengono dalle infiorescenze femminili della pianta. I più noti e studiati sono il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Il THC è una sostanza psicoattiva capace di alterare la mente provocando euforia e sensazione di benessere, aumento dell’appetito (la famosa fame chimica), rilassamento, amplificazione delle percezioni – insomma, quello che chiamiamo sballo – mentre il CBD, privo di effetti psicotropi e classificato come sostanza naturale sicura dall’Oms, ha proprietà rilassanti, antinfiammatorie e antidolorifiche.

Gli effetti dell’assunzione di cannabis sono influenzati dallo stato psicofisico e dal livello di assuefazione del consumatore, dall’assunzione di alcol o altre sostanze, dalla concentrazione di THC e anche dal rapporto tra THC e CBD presente nella pianta (che può variare): quest’ultimo, infatti, smorza alcuni degli effetti del THC, come ansia e paranoia, così come quello psicoattivo, spiegano gli esperti della Società italiana canapa medica (Sicam). Secondo l’indagine annuale dell’Istituto olandese di salute mentale e dipendenze sulla cannabis proposta nei coffee shop, il contenuto medio in THC delle varietà più vendute è del 16,7 per cento.

Il nome generico con il quale viene indicata la cannabis depotenziata ottenuta da semi certificati, ricca in CBD ma con percentuali molto basse di THC, è cannabis light. In Italia, per essere considerata legale, la cannabis deve contenere una concentrazione di THC tra lo 0,2 e lo 0,6 per cento, in base alla legge 242/2016, che ha aperto la strada all’apertura di centinaia di negozi specializzati. Sopravvissuti alla crociata di Matteo Salvini («Chiuderemo tutti i negozi. Droga emergenza nazionale. Ora usiamo le maniere forti», tuonava nel 2019 l’allora ministro dell’Interno), gli shop hanno rischiato di diventare illegali a partire dal 30 ottobre scorso a causa di un provvedimento del ministero della Salute, che inseriva nella tabella dei “medicinali a base di sostanze attive stupefacenti” le “composizioni per somministrazione a uso orale di cannabidiolo ottenuto da estratti di cannabis”.

Il decreto – che di fatto faceva del CBD uno stupefacente e rischiava di cancellare un settore della green economy che vale 150 milioni di euro e impiega oltre 15mila persone, soprattutto giovani, all’80 per cento sotto i 32 anni – è stato sospeso in extremis dallo stesso ministero, in attesa di un tavolo interministeriale che, sulla base di nuove valutazioni dell’Istituto superiore di sanità e del Consiglio superiore di sanità, dovrà elaborare un aggiornamento sugli effetti della cannabis light. Quanto alle modalità di assunzione, la cannabis light si fuma, certo, ma si va diffondendo sempre più la pratica di vaporizzarla (riscaldando le infiorescenze in appositi apparecchi fino al punto di evaporazione dei principi attivi, in media 170 gradi) per inalarla, evitando le controindicazioni della combustione, che genera sostanze nocive e danneggia i cannabinoidi, e l’uso del tabacco tipico del joint.

 

FONTE: esquire.com

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