Referendum cannabis: il vero motivo per cui è stato bocciato e cosa succede adesso per la legalizzazione

E’ stato giudicato inammissibile per un intreccio di commi. Le spiegazioni di Amato, la difesa dei comitati promotori e gli scenari. Seicentomila firme finiscono nel cestino della spazzatura, ma il parlamento, se volesse, potrebbe dare subito un segnale forte.

 

 

Seicentomila firme finiscono nel cestino della spazzatura, così come il milione e passa di ieri per l’eutanasia. Il referendum sulla cannabis è stato giudicato inammissibile. La bocciatura è stata annunciata ieri nel pomeriggio dal presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato (sì invece a 5 quesiti sulla giustizia, anche se senza il traino dei due quesiti più identitati il quroum del 50 per cento ormai è una chimera). Ma restiamo sulla cannabis. Il quesito referendario proponeva di intervenire sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative. “Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sottoquesiti ed il primo prevede che scompaia, tra le attività penalmente punite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali”, spiega Amato. “Se il quesito è diviso in tre sottoquesiti, io non posso toccare questo treno: se il primo vagone deraglia, si porta dietro gli altri due”.

Perché stato bocciato il referendum sulla cannabis

Insomma, in sintesi per un intreccio di commi salta tutto. L’obiettivo della consultazione popolare, la prima per cui sono state raccolte firme digitali che hanno tirato la volata al quesito, sarebbe stato da un lato la depenalizzazione della coltivazione di qualsiasi pianta per uso personale mantenendo le pene legate alla detenzione, alla produzione e alla fabbricazione delle sostanze. Ma non solo. Dall’altro, sul piano amministrativo, l’eliminazione della sospensione della patente di guida per uso di stupefacenti. Ci torniamo più avanti. Alla Corte si chiedeva una pronuncia su una proposta specifica di referendum abrogativo, per come era scritta, e non certo di esprimere un parere sulla legalizzazione delle droghe leggere in generale. Si dovrà attendere il dispositivo della sentenza prima di dare una valutazione definitiva.

Per farlo, secondo i promotori del referendum sulla cannabis, l’unica via era cancellare la parola “coltiva” dal testo sugli stupefacenti in cui gli articoli dedicati alla cannabis e quelli in cui si elencano altre droghe sono legati a doppio filo. Una strategia che però ha affossato il referendum. I promotori del referendum da mesi avevano spiegato che la richiesta di depenalizzare non solo la coltivazione di piante con Thc, ma – tra gli altri – anche di oppio e coca, era l’unico modo anche per recepire una sentenza del 19 dicembre 2019 delle sezioni unite della Corte di cassazione. All’epoca la Corte aveva stabilito che vadano escluse dal reato di coltivazione di stupefacenti “le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica” che “appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”. Dettagli, che però hanno portato alla bocciatura.

“La Corte costituzionale ha respinto la richiesta posta dal Comitato Promotore Referendum Cannabis. Le motivazioni addotte dal Presidente Amato e le modalità scelte per la comunicazione sono intollerabili” dichiara il presidente del Comitato Referendum Cannabis Marco Perduca. Il quesito, spiegano i promotori, “non viola nessuna convenzione internazionale tanto è vero che la coltivazione è stata decriminalizzata da molti paesi, ultimo tra questi Malta. Il riferimento del Presidente alle tabelle è fattualmente errato: dall’anno della bocciatura della Legge Fini Giovanardi (2014) il comma 4 è tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così cannabis. La scelta è quindi tecnicamente ignorante e esposta con tipico linguaggio da convegno proibizionista”. “Si è persa l’unica occasione di cambiare le leggi sulle droghe che in questo Paese nessuno ha il coraggio di toccare. Nemmeno chi dice di voler riformare la giustizia”, ragionano i membri del Comitato Promotore Referendum Cannabis Legale. “Questa non è una sconfitta nostra e delle centinaia di migliaia di cittadini e cittadine che hanno firmato la proposta. È altresì una perdita per le istituzioni” sottolineano.

“Cercato il pelo nell’uovo”. “Il quesito era corretto”

“Amato ha fatto quello che aveva detto di non fare: cercare il pelo nell’uovo. La bocciatura è incredibile, non c’è alcun contrasto con le norme internazionali tanto che alcuni Paesi che vi aderiscono, il Canada, Malta, hanno legalizzato. È un colpo durissimo per la democrazia”, commenta Riccardo Magi, deputato e presidente di Più Europa che si è battuto in prima linea per il referendum.  Critico anche Luigi Manconi, ex senatore, secondo il quale “la sentenza rischia di produrre un arretramento nella partecipazione politica, soprattutto dei più giovani». E aggiunge: «Il referendum non era l’espressione di un capriccio o il tentativo di soddisfare i desideri di una combriccola di fricchettoni; dietro c’era una domanda più intensa e dolente: il bisogno di migliaia di malati di disporre della cannabis terapeutica che non riescono a ottenere per altre vie”.

Manconi in un’intervento sulla Stampa nota anche che “Amato ha affermato che l’eventuale approvazione del quesito avrebbe comportato la violazione di “obblighi internazionali plurimi che sono un limite indiscutibile dei referendum”. Ma va ricordato che sono numerosi i paesi come il Canada, diciotto Stati degli USA, l’Uruguay e, in ultimo, Malta – che hanno depenalizzato la coltivazione domestica, senza che ciò abbia comportato la sospensione delle convenzioni internazionali”.

“Il quesito era corretto e non lasciava spazio alla coltivazione a fini di spaccio di droghe pesanti”. dice a Repubblica Leonardo Fiorentini, segretario del Forum Droghe, membro del Comitato promotore del referendum: con un pool di attivisti e avvocati aveva scritto il quesito inammissibile per la Consulta: “Non abbiamo sbagliato. È la legge sulle droghe a essere scritta malissimo e abbiamo dovuto anche fare i conti con precedenti decisioni della Corte costituzionale che aveva già bocciato quesiti per la legalizzazione della cannabis, il nostro obiettivo finale”. Come mai però il quesito referendario tocca anche alcuni punti del Testo unico sugli stupefacenti che fanno riferimento a droghe pesanti? “Il comma 1 dell’articolo 73 della legge sulle droghe enumera le condotte passibili di pene detentive relative alle tabelle 1 e 3, quelle in cui sono elencate anche l’oppio o la coca. Peccato però che il comma 4, in cui si parla delle tabelle 2 e 4, ovvero quelle che citano la cannabis, facciano riferimento proprio alle condotte del comma 1. L’unico modo per rendere penalmente irrilevante la coltivazione a uso personale della cannabis era intervenire anche sul primo comma, lasciando però intatte le pene per tutte le altre condotte”.

Era chiaro a chiunque avesse letto le carte che il referendum avrebbe depenalizzato la coltivazione di tutte le piante, senza però intervenire sulle pene per le altre condotte a fini di spaccio come la detenzione e la fabbricazione. Nessuno si sarebbe messo a coltivare coca o oppio sul balcone: “Le piante di coca – contonua Fiorentini – per questioni climatiche, non crescono in Italia e non risultano sequestri. Cosa che invece accade per il papavero. Entrambe però, come è ben noto e al contrario della marijuana che è pronta per il consumo, necessitano di complicati processi di raffinazione per diventare eroina e cocaina”.

“La cannabis è l’unica, tra tutte le sostanze contemplate nel Testo unico, che può essere assunta subito dopo la fase di coltivazione – precisa in un’intervista alla Stampa Riccardo Magi – . Di qui la scelta di eliminare solo il termine “coltiva” dalle condotte descritte al comma 1. Le altre, dalla fabbricazione alla raffinazione, restano punite. E sono necessarie per il processo produttivo delle altre sostanze stupefacenti. Quindi, il quesito non avrebbe inciso sulla punibilità di condotte attinenti ad altre droghe”.

Il referendum sulla cannabis voleva intervenire sul “Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope”, sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative legate al possesso di droga. Proponeva, innanzitutto, di depenalizzare la coltivazione e di non prevedere più il carcere per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis, con eccezione dell’associazione finalizzata al traffico illecito. Al momento, chi coltiva cannabis i giardino o sul balcone di casa, può rischiare in teoria da 2 a 6 anni di carcere. Sul piano amministrativo, il quesito puntava a eliminare la sanzione della sospensione della patente di guida e del “patentino” per i motorini, oggi prevista per chi viene trovato in possesso (in qualsiasi contesto) di una piccola quantità di droga per uso personale. Da quando esiste la legge, quasi un milione e mezzo di persone si è visto applicare questa sanzione.

Cosa succede adesso

Come per l’eutanasia, si deve ripartire dal Parlamento, ma la strada è impervia. Starà al Parlamento legiferare in merito, ma con l’attuale composizione è preossché impossibile. Per avere leggi su eutanasia e cannabis legale, l’unica via resta quella di votare un parlamento, alle prossime elezione politiche, che sia in grado di farlo. Non si scappa. Ma se il parlamento, quello attuale, volesse dare un segnale forte, potrebbe farlo già nelle prossime settimane. Come? In commissione Giustizia è ferma una proposta di legge che depenalizza i fatti di lieve entità legati alla cannabis e inasprisce gli altri. Difficile che accada. Basti pensare che pezzi di maggioranza ieri esultavano così: “Un’ottima notizia, il partito della droga è stato sconfitto”. Copyright Maurizio Gasparri (Forza Italia). Sipario.

Per diverse forze politiche, a cominciare da quelle che si definiscono progressiste, i referendum su eutanasia e cannabis sarebbero stati un esame di maturità, avrebbero dovuto prendere davvero una posizione su temi forse più divisivi più al loro interno che nel resto della società. Se ne riparlerà, ma chissà quando. Le stime più attendibili parlano, per la sola Italia, di oltre sei milioni di consumatori, presenti in tutte le fasce di età. Sullo sfondo, restano migliaia di malati affetti da patologie come sclerosi multipla, dolore oncologico cronico, cachessia (in anoressia, HIV, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette. Da quindici anni il ricorso a farmaci cannabinoidi è legale, ma la possibilità concreta di ricorrervi è una missione semi-impossibile: difficoltà di approvvigionamento, scarsa disponibilità dei medici alla prescrizione, costi assai eccessivi per un uso frequente, ridotta produzione nazionale: se il referendum fosse passato, molto sarebbe cambiato per loro. Il mercato clandestino continuerà invece a prosperare.

Fonte: today.it

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