La svolta della NBA sulla marijuana

La svolta della NBA sulla marijuana

Come si è arrivati alla conferma della sospensione dei test sull’utilizzo di cannabis per la stagione in corso.

 

Quando, tra qualche decennio, gli studiosi analizzeranno il ruolo svolto dalla National Basketball Association nelle vesti di motore propulsivo dei cambiamenti sociali, non potranno che concordare sul fatto che quel “More than a game” abbia rappresentato ben più di uno slogan utile a coadiuvare le strategie di marketing.

 

Non occorre qui ricordare le tante, tantissime tematiche su cui la lega, soprattutto in tempi recenti, si è espressa con fermezza ponendosi molto spesso come forza trainante e innovatrice. Tuttavia, per quanto marginale se paragonata alla discriminazione razziale o al diritto di voto, esiste una questione su cui Adam Silver e soci sono risultati in netto ritardo non solo rispetto alle altre leghe professionistiche americane, abituate a inseguire con fatica la NBA sul terreno del progressismo, quanto addirittura rispetto a quello che potremmo definire il “paese reale”.

 

Lo scorso 4 dicembre, con una decisione passata un po’ sotto silenzio a causa del terremoto in atto dopo le elezioni presidenziali, la Camera ha approvato una legge che depenalizza a livello federale il consumo di marijuana in tutti gli Stati Uniti. Alla portata storica del provvedimento, del tutto inimmaginabile qualche anno fa, va sottratto il suo valore meramente simbolico perché ora la legge dovrà essere ratificata dal Senato, istituzione i cui equilibri politici pendono da sempre verso posizioni più conservatrici e dalle tempistiche burocratiche alquanto prolisse (la ratifica potrebbe comunque arrivare entro la fine dell’anno). Nondimeno, il provvedimento approvato dalla Camera si configura come mero riconoscimento formale di un’avanzata senza margini di ripiegamento. Seppur con varie gradazioni, da chi ne autorizza il solo uso medico a chi invece ne riconosce anche l’utilizzo a scopo ricreativo, la marijuana è infatti già legale in 36 dei 50 stati dell’unione.

 

Lungo l’avanzata, avviatasi nel 1996 con la legalizzazione in contesti terapeutici da parte della California, sono molte le realtà che si sono adeguate, spesso controvoglia, al cambiamento in atto. Tra queste non fanno eccezione le leghe sportive professionistiche, prima tra tutte la NHL, che da tempo testa i giocatori ma senza prevedere alcuna punizione o squalifica. NFL e MLB, con tempistiche e articolazioni normative diverse, hanno quindi seguito l’esempio dei colleghi dell’hockey. Persino la WADA, agenzia mondiale che gestisce il complicato ambito dei controlli anti-doping, nel corso del 2020 ha rivisto la sua politica relativamente all’assunzione di prodotti derivanti da cannabis.

 

Fino allo scorso luglio, invece, la NBA – ovvero la lega all’avanguardia di cui sopra – manteneva un protocollo costituito da tre stadi: alla prima positività rilevata scattava l’ingresso in un percorso riabilitativo (a dire la verità dai contorni piuttosto vaghi); alla seconda una multa di 25.000 dollari; alla terza una sospensione per 5 partite, con un aumento del periodo di squalifica di ulteriori 5 ad ogni eventuale infrazione successiva. Le ragioni di una simile arretratezza sono difficili da individuare, eppure qualche indizio potrebbe nascondersi proprio tra le circostanze che hanno dato origine alla NBA per come la conosciamo oggi.

 

Cocaine Blues

Larry Bird e Magic Johnson, Julius Erving e Michael Jordan: nel ricostruire la genesi della NBA contemporanea non si può non andare a parare sempre lì, nella rivalità tra Celtics e Lakers e nell’ascesa di personaggi dal potenziale mediatico straordinario a cavallo degli anni Ottanta. Il lato oscuro di quell’epoca, per molti versi pionieristica e irripetibile, è tuttavia rappresentato dal deficit di prestigio e credibilità di cui la lega soffre al momento del passaggio nelle mani di David Stern. Tanto che la dura repressione messa in atto dall’allora neo-commissioner, allo scopo di contrastare il dilagante uso di cocaina da parte dei giocatori, il cui culmine coincise con la squalifica a vita per una stella di prima grandezza come Michael Ray Richardson, gettarà le basi per la successiva portentosa crescita di volumi d’affari e notorietà della lega per come la conosciamo oggi.

 

Stern, al netto di qualche caso isolato, usando il pugno duro raggiunge l’obiettivo prefissato ma inaugura un rapporto complicato tra la NBA e le droghe in generale. Un rapporto in cui la marijuana rimane una presenza tanto costante quanto testardamente minimizzata come il più classico degli elefanti nella stanza. L’ingombro è riscontrabile nelle innumerevoli storie di protagonisti della lega che nel corso dei decenni hanno ammesso di fare uso di cannabis. La lista sarebbe lunghissima e comprenderebbe autentiche leggende della grandezza di Bill Walton e Kareem Abdul-Jabbar, ex giocatori che dopo il ritiro si sono buttati con profitto nel settore della coltivazione e vendita come Al Harrington o Brian Shaw e i casi più recenti di Thabo Sefolosha e Nerlens Noel (entrambi squalificati per cinque gare nel 2018).

In questo senso il vertice è rappresentato dall’edizione 2006-07 dei Golden State Warriors, squadra passata alla storia per aver portato a termine un clamoroso upset ai danni della testa di serie numero 1, i Dallas Mavericks, al grido di “We Believe”. Quegli Warriors avevano in panchina Don Nelson, personaggio autenticamente fuori dagli schemi che, oltre a essere un robusto bevitore di birra, è un orgoglioso coltivatore di marijuana nella sua tenuta di Maui. E se coach Nelson afferma, non si sa bene con quanta attendibilità, di non aver mai consumato la sua “Nellie Kush” mentre giocava o allenava, in quella incredibile stagione aveva alle dipendenze Matt Barnes e Stephen Jackson, da sempre tra i più aperti sostenitori dell’uso, non solo terapeutico, della cannabis tanto da chiamare il loro stesso show “All The Smoke”.

 

Nonostante l’evidente rilevanza del tema, l’impianto punitivo delle regole imposte dalla lega è rimasto invariato per lungo tempo. Forse il fardello della deriva di inizio anni Ottanta ha pesato nelle scelte dei quadri dirigenti ai piani alti della Olympic Tower. La svolta, però, è arrivata proprio dall’uomo che aveva messo fine alla deriva in cui la NBA stava per sprofondare.

Stern che accetta di discutere apertamente della legalizzazione della marijuana, una scena fino a qualche anno fa impossibile da immaginare.

 

David Stern, durante il colloquio con Al Harrington, si produce in quella che dalle nostre parti verrebbe chiamata una “fuga in avanti”, e in un certo senso il suo può sembrare un ripensamento contraddittorio. Tuttavia, sorprendendosi per la nettezza con cui Stern esterna opinioni tanto oneste quanto imprevedibili, si fa torto alla straordinaria intelligenza di un uomo che ha costruito la sua leggenda proprio sulla capacità di leggere la realtà in divenire un secondo prima degli altri.

 

L’intervento di Stern, registrato nell’ottobre del 2017, ha messo in moto discussioni tra la lega e i giocatori che il suo successore Silver ha preferito restassero in gran parte private. Discussioni che si sono sempre arenate in prossimità del delicato confine tra uso medico e ricreativo, discrimine attorno al quale ruota buona parte del dibattito tra chi è contro e chi a favore della legalizzazione della marijuana, non solo in NBA. E poi è arrivata la bolla di Orlando.

 

La lezione di Disney World

A mali estremi, estremi rimedi. Il motto dell’operazione conosciuta come “bolla di Orlando” potrebbe essere proprio questo, con la NBA lanciata in un’avventura senza precedenti pur di salvaguardare e portare a termine la stagione troncata dall’irruzione nelle nostre vite del COVID-19. E se l’immane peso organizzativo del campus allestito nei pressi di Disney World è gravato sulla lega e sull’associazione giocatori, non c’è dubbio che il sacrificio richiesto agli interpreti in campo sia stato altrettanto impegnativo. Tra le concessioni fatte ai giocatori nell’ottica di alleviare la detenzione forzata all’interno della bolla, la NBA ha quindi acconsentito alla sospensione dei test sull’utilizzo di marijuana per tutta la durata della permanenza a Orlando.

 

La decisione, che pare aver ricevuto da parte dei diretti interessati un apprezzamento inversamente proporzionale al rilievo assegnatole dai media, ha in qualche modo contribuito a mantenere la pace sociale. Un clima di coesione rivelatosi fondamentale per tenere insieme un movimento messo a dura prova dalla pandemia prima e dalle note questioni sociali poi. Non sorprende quindi che proprio lo scorso 4 dicembre, dopo aver emanato lo stringente protocollo anti-COVID per la stagione 2020-21 e in coincidenza con il passaggio parlamentare già citato, la NBA abbia deciso di prorogare la sospensione dei test. Nello scarno comunicato firmato da Mike Bass, portavoce a cui la lega ha affidato tutte le dichiarazioni più importanti negli ultimi anni, si specifica che la decisione è «dovuta a circostanze inedite in congiuntura con la pandemia», che «nelle previsioni del contratto collettivo la marijuana resta una sostanza proibita» e che «la lega si riserva di riattivare i test in singoli casi di interesse specifico».

 

Al di là della formulazione cavillosa del comunicato, l’impressione è che lo stop ai test, al pari delle modifiche al calendario delle trasferte e al play-in tournament, sia uno di quei cambiamenti introdotti con la bolla di Orlando destinati a perdurare fino a divenire prassi.

 

Dal punto di vista della gestione interna, la decisione pare accordarsi con molte delle tendenze cavalcate dalla lega negli ultimi anni. Lasciando da parte i sondaggi informali secondo cui tra il 50% e l’85% dei giocatori attualmente sotto contratto farebbe uso di marijuana, non c’è dubbio che la sospensione dei test sia stata alquanto gradita e possa essere in qualche modo riconducibile alle logiche che governano l’epoca del players empowerment, con la leva decisionale sempre più nelle mani di chi indossa canotta e pantaloncini e non di chi sta dietro una scrivania.

 

Realpolitik

Difficile quindi ipotizzare che la lega intenda mettersi di traverso su una questione che, a ben vedere, porta solo benefici a tutti i soggetti coinvolti. Anche perché, tra le altre cose, lo stop ai test si configura come ulteriore tassello della lunga campagna contro la discriminazione razziale portata avanti dalla lega. La normalizzazione del rapporto con la cannabis, infatti, potrebbe contribuire a disinnescare le polemiche alla base del pregiudizio, alquanto diffuso negli Stati Uniti, che vorrebbe la comunità afroamericana sempre dal lato sbagliato della cosiddetta “guerra alla droga” (nota a margine: Steve Kerr e Steve Nash, tra i non-afroamericani più noti della lega, hanno pubblicamente ammesso di aver fatto uso di marijuana per lenire i dolori alla schiena di cui entrambi hanno sofferto in momenti diversi). Infine la sospensione dell’impianto punitivo per l’utilizzo di cannabis si incrocia con un altro tema molto caldo nell’attualità della NBA: la salute mentale.

 

Anche alla luce di casi che hanno avuto grande eco come quello di Kevin Love, sembra logico che la lega si adoperi affinché i giocatori trovino le condizioni ideali per gestire un cumulo di stress che, piaccia o meno, spesso si trasforma in un macigno in grado di schiacciare anche stelle multimilionarie dello sport.

 

Anche se è arrivata in ritardo rispetto al resto del mondo dello sport sul tema dell’utilizzo di marijuana, difficilmente la NBA tornerà sui propri passi, finendo per proseguire spedita nel percorso intrapreso la scorsa estate. Più che convinzioni ideologiche, come spesso accade, a orientare le decisioni della dirigenza della lega sarà un sano pragmatismo. Oggi come oggi in 12 delle 28 città sedi di franchigia il consumo di cannabis è del tutto legale e il quadro politico nazionale, con una presidenza e una maggioranza in entrambi i rami del parlamento dai tratti marcatamente liberal, non fa presagire inversioni di rotta di tipo proibizionista. Con la modifica, seppur provvisoria, dei criteri sanzionatori Silver e soci hanno preso atto del mutamento dell’opinione pubblica sulla cannabis, riconoscendo la differenza tra evidenza scientifica e pregiudizi senza alcun fondamento concreto, proprio come sostenuto da Stern nella chiacchierata con Al Harrington.

Si tratta di un tema, quello della distinzione tra i dati oggettivi e la loro interpretazione strumentale, che di questi tempi è a dir poco cruciale – e su cui la NBA ha finalmente preso posizione.

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