«La cannabis ha una storia profonda di relazione con le culture umane»

Intervista. Calabria in fiore è il festival della canapa che si svolgerà dal 9 all’11 luglio nel parco Robinson di Rende (Cosenza). Intervista all’attore teatrale e organizzatore dell’evento Manolo Muoio

 

«Calabria in fiore» è il festival della canapa che si svolgerà dal 9 all’11 luglio nel parco Robinson di Rende, popoloso comune nei pressi di Cosenza. È organizzato dall’associazione Entropia che gestisce da anni il Dipartimento Autogestito Multimediale nell’università di Arcavacata. Saranno tre giornate per la «riscoperta e la valorizzazione della canapicoltura in Calabria attraverso l’arte e la scienza», cofinanziate da tutte le istituzioni, dall’Ue alla Regione. Produttori ed appassionati si ritroveranno con docenti ed esperti per dar vita a seminari, laboratori, eventi artistici. Obiettivi: «Incrementare la filiera della canapa, incoraggiare lavoro ed economia sostenibile, diffondere comportamenti green tra i giovani», si legge nel programma della manifestazione. All’organizzazione dell’evento lavora anche Manolo Muoio, attore teatrale, da sempre impegnato nelle campagne di contrasto alla disinformazione regnante intorno alla cannabis.

Per allestire la mostra, che sarà visionabile all’interno del festival, ha svolto un paziente lavoro di ricerca nella storia locale sugli infiniti possibili usi di questa pianta. A quali conclusioni è pervenuto?

Come è ormai noto al grande pubblico, la cannabis ha una storia profonda di relazione con le culture umane.Fra tutte le piante con cui siamo venuti in contatto nella nostra storia evolutiva probabilmente è quella con cui abbiamo intrattenuto i rapporti più profondi e duraturi. Vi era certamente nei secoli passati una tradizione di coltivazione di questa pianta alle nostre latitudini, le cui tracce sono facilmente riscontrabili in numerose attestazioni all’interno di opere filosofiche, mediche e letterarie. Da Tommaso Campanella e i suoi allievi, come l’illustre chirurgo Marco Aurelio Severino, ai numerosi giornali di viaggio di intellettuali e studiosi locali e non,come l’lluminista Giuseppe Maria Galanti, o il barone assiano Johann Hermann von Riedesel, tutti parlano di un uso diffuso per gli scopi più differenti e di un territorio certamente votato alla coltivazione di questa pianta così versatile. Particolarmente interessante il Saggio di Economia Campestre per la Calabria Ultra (1770)di Domenico Grimaldi da Seminara (Rc) – corrispondente georgofilo e Socio della Società Reale di Agricoltura di Parigi, anch’egli, come Galanti, grande esponente dell’illuminismo napoletano – nel quale l’autore, si lancia in un’insistente invettiva pubblica sulla necessità di estenderne la coltivazione in maniera ancora più massiva, che riecheggia ancora oggi come una oculata – ancor prima che appassionata – prescrizione sui benefici che la nostra pianta potrebbe apportare all’economia e allo sviluppo della regione.

Uno spettacolo che lei ha scritto e interpretato qualche anno fa, «Malerba», raccontava tante scomode verità sul «moral panic» conseguente alla criminalizzazione della marijuana nel corso del ‘900. Quanto è cambiata negli ultimi tempi la percezione generale delle reali potenzialità terapeutiche, ricreative, produttive e culturali della cannabis?

La percezione generale rispetto alle molteplici applicazioni della cannabis nei campi più disparati della produzione industriale è certamente mutata negli ultimi vent’anni, non fosse altro che dappertutto ci ritroviamo liquori, cosmetici, capi d’abbigliamento, birre e lecca lecca che sfoggiano fieramente la foglia a sette punte come un surplus d’appeal da spendere in vetrina. Purtroppo, però, come sempre avviene nella logica paradossale del mercato, da un lato ci si spinge a fare incetta di questi surrogati dall’altro lo stigma sociale permane uguale a se stesso, e si continua a essere denunciati per il consumo e la coltivazione anche di pochi esemplari della varietà malvagia, la Malerba appunto. Un tempo i contadini della pianura padana o dell’agro campano, dove la coltivazione della canapa era più estesa che altrove, erano ben consapevoli che ogni tanto nel campo spuntava quella particolare pianta dai fiori un po’ più pregiati e profumati, che era d’uopo raccogliere e consumare, con quella speciale pipa riservata allo scopo, presente sul caminetto di ogni casa. Alla fine parliamo di varietà differenti della stessa identica pianta, non è un caso che la legislazione in materia sia così attenta a controllare i livelli di principio attivo delle canapa industriale.

È vero che ha fatto una scoperta sorprendente sull’etimologia del termine «spinello»?

Più che una scoperta parlerei di una serie di mirabolanti connessioni. In Italia l’uso medico dell’hashish viene citato per la prima volta da Nicola Porta, medico del manicomio di Aversa (Annali, vol.CLXVII, 1858), ma il Professore Raffaele Valieri, all’epoca primario dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, fu il primo ad usare diffusamente la canapa comune e a raccomandarne l’uso medico. Nel 1887, Valieri pubblica un curioso e dettagliato libretto dal titolo Sulla canapa nostrana e suoi preparati in sostituzione della cannabis indica (Stampa Alternativa, 2001), pieno di osservazioni e consigli molto validi ancora oggi. La vera innovazione di Valieri fu nell’aver individuato le stesse proprietà benefiche della Indica anche nella canapa locale, indicando la differenza solo nella quantità dei principi attivi. In particolare, questo intraprendente medico napoletano sperimentò la cura della canapa per isterismo, insonnia, enfisema polmonare, emicrania, nevralgie e tosse. Il suo obiettivo pare fosse soprattutto portare giovamento ai diseredati dei vicoli di Napoli. All’epoca era soprintendente degli Incurabili il conte Francesco Spinelli, che Valieri ringrazia nel frontespizio del suo trattato, per «la benevola accoglienza della proposta». Proprio con il benestare del conte, Valieri inaugura, nel retro del laboratorio di chimica dello stesso ospedale, un Gabinetto d’Inalazione, una stanza del fumo insomma. Alcune riviste specializzate avanzano una suggestiva ipotesi etimologica: il nome spinello deriverebbe proprio da quel conte napoletano che avallò la sperimentazione. Secondo John Trumper, esimio dialettologo gallese che da molti anni anima la vita culturale dell’Università della Calabria – e terrà una lezione sui nomi della cannabis, la mattina del 10 luglio nell’ambito del nostro festival – questa tesi sarebbe quanto meno azzardata. Ma gli Spinelli, oltre che conti d’Acerra, furono anche marchesi di Laino, paese della Calabria al confine con la Basilicata e proprio sopra la piana di Scalea che certamente è da secoli una zona di coltivazione, anche per le particolari caratteristiche del suolo – ce ne parlerà il geologo Giovanni Salerno, in un’altra delle lezioni previste per sabato 10 – e duchi di Malvito (nell’interno montuoso della Provincia di Cosenza). Un’altra parte della famiglia era invece situata a Fuscaldo (sempre in provincia di Cosenza, ma sulla costa tirrenica), altra zona storica di coltivazione, e si resero protagonisti della repressione degli eretici valdesi i quali, provenienti dalle valli piemontesi, già coltivate intensivamente fin dal VII secolo d.C., si stanziarono a Guardia Piemontese intorno al ‘500, in una splendida e allora incontaminata zona termale, dedicandosi alla pesca, all’allevamento del baco da seta, alla coltivazione della vite e della canapa: un vero e proprio angolo di paradiso, che non poteva non attirare la furia moraleggiante delle truppe dell’Inquisizione. Insomma Calabria e spinelli (comunque li si voglia intendere) sembrano avere delle profonde connessioni, fin da tempo immemorabile.

I proibizionisti insistono con l’allarmismo mistificatorio sull’erba «proibita», ma se la coltivazione fosse liberalizzata, regioni come la Calabria potrebbero beneficiarne perché godono del clima ideale per la sua coltivazione, e la ‘ndrangheta perderebbe una fonte di guadagno. Eppure, è proprio Nicola Gratteri, l’antimafia, ad osteggiare questa proposta. Come mai?

Sono decenni che il movimento proibizionista pone l’accento su quanto sarebbe utile sottrarre il mercato delle sostanze psicotrope al monopolio della criminalità organizzata, la magistratura purtroppo non sembra essere dello stesso avviso, quanto meno da queste parti. Credo non si tratti di malafede, o peggio ancora di connivenza, piuttosto parlerei di ignoranza e preconcetti ostinati che si fa fatica ad abbattere una volta per tutte, nonostante la ricchezza e la pervasività del dibattito contemporaneo. Anche in campo medico riscontriamo gli stessi ostacoli. Nonostante il protocollo per l’uso dei derivati della cannabis indica in Italia sia una realtà effettiva da oltre un quindicennio, qui si fatica a trovare dei medici disposti a prescriverla o dei farmacisti disponibili e capaci di confezionarne i diversi preparati. Dopotutto la classe medica italiana è ancora formata da allievi degli allievi di Giovanni Allevi, mi si perdoni il gioco di parole, che nel 1931 pubblicò il credo del regime in materia di droghe: Gli Stupefacenti, il cui sottotitolo era «Contrabbando e traffici clandestini, tossicomanie e difesa della razza». Credo che il titolo parli da sé.

La destra grida allo scandalo per i negozi di cannabis light. Come si pone il movimento antiproibizionista nei confronti di queste attività commerciali?

Secondo molti l’inaugurazione del mercato della cannabis light era destinata a creare un cortocircuito percettivo nell’opinione pubblica, facendo da cavallo di Troia per lo sdoganamento della Malerba cattiva. Purtroppo già da principio, io avevo previsto che il meccanismo avrebbe potuto avere dei risvolti ben diversi e purtroppo devo dire di essere stato una triste Cassandra. Intanto nonostante ai fini pubblicitari il mercato strizzi l’occhio alla controcultura dei consumatori di marijuana, a mio avviso è passato il messaggio che esiste una varietà buona (il Cbd rilassante e benefico, dagli aromi dolci e dagli effetti light appunto) e una cattiva (il famigerato Thc, principio attivo foriero di deliri allucinatori e comportamenti perversi, un po’ come nell’America degli anni ’30). E su questo influisce molto la potenza spropositata in termini di principio attivo, di tante varietà geneticamente modificate che hanno invaso il mercato in questi anni con livelli di principio attivo francamente esagerati, portando spesso alla scomparsa di quelle varietà autoctone dalle caratteristiche organolettiche così pregiate e delicate, che ancora fino a pochi anni or sono allietavano i nostri momenti di relax e di svago. In ogni caso il problema, a mio avviso, non è nelle reazioni scomposte della destra, che dopotutto fa il suo sporco lavoro, quanto piuttosto nel senso di colpa intrinseco alle stesse realtà di settore della produzione industriale (Assocanapa su tutte) e persino dei movimenti che si battono meritoriamente da anni per l’utilizzo medico del Thc, che, appena iniziate le polemiche strumentali sulle rivendite di cannabis light, non hanno perso tempo a smarcarsi dal movimento antiproibizionista propriamente detto, sottolineando una differenza netta fra i diversi prodotti e stigmatizzando l’uso ricreativo della marijuana, sulla stessa lunghezza d’onda del legislatore. La chiosa del mio Malerba, #theintimatefiles – seconda parte della conferenza spettacolo la cui prima puntata invece sarà in scena il 9 luglio nel programma di Calabria in Fiore – è una parafrasi del fondatore del Living Theater, Julian Beck: «Io non voglio la legalizzazione della marijuana, io voglio fumare, voglio la mia libertà».

Da il manifesto

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