Cannabis light medica, realtà per un italiano su quattro

Cannabis light medica, realtà per un italiano su quattro

Una indagine condotta in Italia rivela che si assumono diffusamente prodotti a base di Cannabidiolo (Cbd) per alleviare ansia, stress e dolori cronici. Al 24% di chi ne fa uso oggi si aggiunge un 30% pronto a farlo in futuro. Nonostante le ambiguità della legge

 

Un italiano su quattro ha assunto Cbd almeno una volta e circa un terzo si dice pronto a farlo in futuro. A testimoniarlo, un sondaggio condotto da MinervaTop nell’ambito del progetto Cannabeta dell’azienda italo-olandese Enecta, che promuove la corretta informazione e divulgazione scientifica sugli usi medici della canapa. L’istantanea che emerge contrasta con un quadro normativo intricato e le molte difficoltà a reperire i prodotti lamentate dai consumatori. Ma facciamo prima un passo indietro; il Cannabidiolo uno dei più comuni tra i 144 cannabinoidi della pianta di Cannabis Sativa. Costituisce fino al 40% dei suoi estratti e si assume in vari modi, dagli oli agli integratori alimentari, dai liquidi per e-cig ai cristalli puri.

A differenza del Delta-9-tetraidrocannabinolo (Thc), non è psicoattivo e a partire dal 2017 è considerato dall’Oms sostanza non stupefacente adatta all’uso medico. Questo grazie alla sua ben documentata azione ansiolitica, antidepressiva, antiossidante e antinfiammatoria, unita all’efficacia nella cura per epilessia, dolore cronico e malattie neurodegenerative. Il Cbd puro è in fase di trial anche per il trattamento dei casi covid gravi, dopo le prime evidenze di contrasto alla tempesta citochinica scatenata dal virus. Ebbene, nonostante i benefici ormai ben documentati dalla comunità scientifica internazionale, nel nostro Paese quando si parla di cannabis light è l’incertezza a trionfare. È vero, c’è la Legge 242 del 2016 che permette di coltivarla con una percentuale di THC sotto lo 0.2%, ma in pochi anni la legislazione è diventata a dir poco ambigua lasciando talvolta spazio a strumentalizzazioni politiche. A quanto pare però, gli italiani hanno le idee molto più chiare del legislatore. I dati del primo sondaggio sugli usi terapeutici del Cbd in Italia mostrano infatti che due terzi dei cittadini sono informati sui suoi effetti e che quasi un quarto ne fa uso – saltuario (18%), o regolare (6%).

Il consumo di Cbd in Italia è diffuso, ma soprattutto consapevole. Le proprietà naturali ansiolitiche e sonnifere del cannabinoide sono il motivo principale per cui vi ricorrono i consumatori abituali (68%) e saltuari (55.4%), seguite da quelle sonnifere (40 e 41%). Dormire meglio, combattere stress e ansia, rilassarsi: esigenze sempre più diffuse, specie in questo periodo. Gli italiani assumono Cbd anche per alleviare il dolore cronico, l’emicrania o il mal di schiena (il 32% tra gli assidui e il 42,2% tra gli occasionali). L’indagine ci fornisce anche un identikit del consumatore tipo: adulto, appartenente alla fascia d’età 35-54 anni, in possesso di un titolo di studio medio-elevato (diploma o superiore). A farne meno uso invece (solo il 4% degli abituali e il 14.5% dei saltuari), sono i giovani dai 18 ai 24 anni, che hanno evidentemente meno patologie da curare. Chi si affida al Cannabidiolo con frequenza, fa sport regolarmente (80%) e vive al Centro Nord (68%), mentre sono in prevalenza pensionati coloro che non vi fanno ancora ricorso, ma vorrebbero farlo in futuro per trattare i loro disturbi. A testimoniare poi l’infondatezza dell’accostamento tra Cbd terapeutico e cannabis “illegale” vi è la bassa percentuale di chi utilizza questi estratti per socializzare: poco meno del 10%.

Norme chiare e cure per tutti

I numeri visti dimostrano che in Italia il ricorso alla cannabis light avviene di frequente e per necessità mediche. Non solo: al 24% di individui che la assumono, va aggiunto un ulteriore 30% di coloro che si dichiarano pronti a farlo in futuro. Sono in gran parte over 55, che curerebbero dolori cronici, manifestazioni epilettiche o disturbi ansiosi. Cosa li frena oggi? Se da un lato sono pochi (14%) gli italiani a temere che i prodotti a base di Cbd siano illegali, gran parte di essi lamenta che non siano facilmente reperibili (36%), oppure troppo costosi (19%). Un rispondente su dieci dichiara inoltre di non consumarne perché non trova informazioni chiare su come vadano somministrati. Inaccessibilità, preoccupazioni su vendita e consumo, prezzi elevati: incertezze che sembrano dettate dai tentennamenti del legislatore, piuttosto che dalla scarsa consapevolezza dell’utilizzatore. Oggi più che mai occorrerebbe aggiornare il quadro normativo regolando davvero produzione e vendita per garantire ai consumatori elevati standard di qualità. Non ha certo aiutato il decreto del Ministero della Salute (poi sospeso, viste le proteste), che inseriva le “composizioni per uso orale di Cbd” nella tabella dei medicinali a base di sostanze attive stupefacenti. Una decisione che, se fosse confermata, non solo andrebbe contro il parere dell’Oms, ma alla luce dei dati visti per il nostro Paese non terrebbe conto della realtà.

 

Fonte: repubblica.it

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